I campi rom non sono un tratto distintivo, ma una segregazione istituzionale

Per decenni i cosiddetti "campi nomadi" sono stati considerati una risposta alle esigenze delle comunità rom e sinte. In realtà sono il risultato di precise scelte politiche che hanno alimentato esclusione e stereotipi, anziché favorire percorsi di inclusione.
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L'immagine del "campo rom" è una delle più radicate nell'immaginario collettivo italiano. Eppure racconta solo una parte della realtà, spesso distorta. Pensare che vivere in un campo sia una caratteristica culturale delle persone rom e sinte significa ignorare la storia delle politiche abitative che hanno interessato queste comunità negli ultimi decenni. Comprendere questa differenza è fondamentale per superare stereotipi ancora molto diffusi e leggere il fenomeno con maggiore consapevolezza.

Dall'idea del "nomadismo" alla nascita dei campi
In Italia il 97% delle persone rom e sinte vive in modo stanziale e la maggioranza abita in case ordinarie. Nonostante ciò, a partire dagli anni Ottanta, molte amministrazioni hanno promosso la realizzazione dei cosiddetti "campi nomadi", partendo dall'idea che rom e sinti fossero una popolazione nomade per natura. Questa convinzione, oggi riconosciuta come priva di fondamento, ha contribuito a creare insediamenti separati dal resto della città. Nel tempo, l'esistenza stessa dei campi ha finito per rafforzare lo stereotipo secondo cui tutte le persone rom vivrebbero in queste aree, quando in realtà solo una piccola minoranza si trova ancora in tali condizioni.

Superare la segregazione per costruire città più inclusive
Numerose istituzioni europee e nazionali hanno evidenziato come i campi rappresentino una forma di segregazione abitativa. L'isolamento dai quartieri, la distanza dai servizi, le difficoltà di accesso alla scuola, al lavoro e ai trasporti hanno prodotto condizioni di marginalità che spesso vengono erroneamente attribuite alla cultura delle comunità rom, anziché alle conseguenze delle politiche che le hanno separate dal resto della popolazione. Per questo oggi le strategie di inclusione puntano sull'abitare diffuso e sull'accompagnamento sociale, favorendo l'accesso alla casa e una piena partecipazione alla vita della comunità. Superare i campi non significa soltanto cambiare luogo di residenza, ma riconoscere il diritto di ogni persona a vivere negli stessi spazi, con gli stessi diritti e le stesse opportunità degli altri cittadini.